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4 giornalisti in cucina “mangiati” da
ROMOLO GIORDANO
Sabato 06 Giugno 2009, ore 13:00
Hotel Panorama
Via alla Scuola di Agricoltura 2, Sant'Ilario – Genova

Lo Zio Giorgione
di Paola Pignatelli



Si chiamava Giorgio e basta, in realtà. Ma con il passare degli anni la sua pancia diventava sempre più grossa. Per questo in famiglia era per tutti «lo zio Giorgione». Aveva una pancia enorme, che troneggiava su due bellissime gambe. Un tempo lo zio camminava in montagna come un bersagliere, e le sue gambe avevano deciso che sarebbero rimaste per sempre morbide e affusolate. Anche il viso era quello di una volta. Una faccia da ragazzo. Anzi, da bambino. Con gli occhi azzurri spalancati che dardeggiavano, quando arrivava in tavola un piatto di tagliatelle con il ragù. Lui era sempre il primo ad afferrare la formaggera e a vuotarla sulla pasta fumante. Poi si doveva correre in cucina a grattugiare altro parmigiano.
Lo zio Giorgione era di Reggio Emilia, e aveva una testa fine. Faceva il professore di chimica all’università, ed era un artista con la matita. Soprattutto, gli piaceva disegnare mani. In tutte le posizioni, con le ombreggiature perfette, con le dita lunghe e le unghie che sembravano cesellate. Le mani in effetti erano la sua passione. Gli piaceva anche stringerle, tanto da fare male. Ci teneva a far vedere quanta forza avevano le sue. Infatti rompeva le noci schiacciandole tra il pollice e l’indice. Lo zio Giorgione si era sposato con la zia Vanda, che da giovane era bella come Marilyn Monroe. Ma non avevano figli. Per questo amava avere sempre intorno tutti i nipoti. A cui insegnava tre cose: a disegnare, a mangiare e a cucinare.
Io già lo sapevo, come si prepara il gnocco fritto. Lo vedevo fare alla nonna, e la aiutavo. Ma il segreto me lo ha svelato lo zio Giorgione: «Vedi – mi ha detto -, tu devi lavorarlo con le mani fino a che la pasta diventa liscia come le guance di un neonato». Era contento di me, perché non mi concedevo sconti: massaggiavo, accarezzavo, blandivo la pasta finchè tutte le rughe si spianavano. Così un giorno mi ha detto: «Adesso ti insegno a fare l’erbazzone…».


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