prima pagina prima pagina prima pagina prima pagina prima pagina
   

4 giornalisti in cucina “mangiati” da
GUALTIERO MARCHESI
Giovedì 30 Marzo 2006, ore 20:00
Spazio Medagliani
Via Oslavia, 17, Milano

Cucina in libertà
di Emilia Patruno



Faccio bene o male un sacco di cose, ma in generale divido la mia vita tra due mondi, separati da un muro: il muro del carcere. E credo di essere stata chiamata a cucinare qualcosa per dei così sofisticati commensali solo perché ho ideato e scritto, con un gruppo di detenuti di san Vittore (quelli che collaborano al sito Web www.ildue.it, il giornale che dirigo) - un libro di ricette dal titolo “Avanzi di galera - le ricette dei poco di buono”.
Il piatto che vorrei proporre è un primo. Una pastasciutta assai rudimentale, assai semplice e assai “innocente” (curioso: da un ricettario di colpevoli!), che prende la sua origine da una mancanza.
La cosa che più mi intriga è il limite, spesso il punto di partenza per una libertà più grande.
In carcere è vietato tutto quello che non è concesso. E per il cibo bisogna arrangiarsi.
Farsi un ragù senza la carne, e una carbonara senza pancetta né guanciale (che un guanciale è già tanto se uno ce l’ha per dormire): tanto basta per immaginare e sognare e godere e inventare. In tutte le ricette l’ingrediente mancante è sostituito, il procedimento ordinario è reinventato e la solidarietà fa miracoli.
Allora la cucina diventa libertà. Chi vive o ha vissuto in carcere lo sa: una pena aggiunta al fatto di rimanere in gattabuia è l’impossibilità di mangiare e cucinare i cibi preferiti, che consentono di saziarsi non solo di proteine o carboidrati ma anche di ricordi, tradizioni e affetti.
Il regolamento penitenziario assicura a tutti i 62 mila detenuti in Italia cibo a sufficienza, intendiamoci, che viene consegnato ogni giorno alle 11.30 e alle 17.30, trasportato su un carrello fumante che passa di cella in cella.
Ma l’Amministrazione non si fa neppure troppe illusioni riguardo alla qualità del cibo e, mettendo da parte la consueta prudenza, consente ai detenuti di tenere in cella fornelli da campeggio e bombolette di gaz che, per motivi logistici, vengono piazzati a un metro dalla turca. E buon appetito. Così, chi può compra di tasca sua fornello, gaz, generi alimentari consentiti dalla direzione. Alla fine solo i più poveri fanno la coda al carrello. Per raccontare la galera nella sua accezione “culinaria” allora ci siamo inventati i nostri “Avanzi di galera”, annaffiando abbondantemente il piatto di autoironia. Per la sua cucina, il carcere non può vantare antiche tradizioni, perché sono meno di trent’anni che i detenuti possono prepararsi i pasti da soli. Forse - appunto - può annoverare, tra quelli che dal carcere sono passati, qualche talento inventivo, qualche (eventuale) “promessa” dei fornelli. Mi sono convinta che il carcere sia zeppo di talenti nascosti. Ma molto ben nascosti, eh?!
Rogers dice che nell’uomo c’è una tendenza a sopravvivere, a salvarsi la pelle, che esiste l’istinto di conservazione tanto che ognuno di noi riesce a superare le difficoltà nelle quali si trova e a venirne fuori. Credo che una declinazione possibile sia quella che amplia il concetto di alimentarsi fino a farlo diventare ricordo, emozione, piacere. Vita.
Mi piace quando, nelle pieghe dell’errore e dell’imperfezione, vedo la vita.


GLI ALTRI AUTORI


NICOLA SILVESTRI
Tortino di pesci crudi in insalata

FRANCESCO ARRIGONI
L’altro caciucco

MARINA MALVEZZI
Babà al rhum di Marina

   
 
   
 

via Mordini 35, 55100 Lucca t. 0583 050137 - email